venerdì 10 novembre 2017

Per riaprire le porte di ricerca e università


In Senato si è avviato l'esame della legge di Bilancio per il 2018. Dalla Commissione Cultura arrivano buone notizie, vedremo se saranno confermate nel seguito della discussione. Nella seduta di mercoledì scorso è stato approvato un parere che migliora in diversi punti gli articoli relativi a università ed Enti di ricerca. In particolare sono state recepite alcune mie proposte, che ora saranno sottoposte alla Commissione Bilancio sotto forma di emendamenti.


1. Raddoppio delle assunzioni di giovani ricercatori.

Lo stanziamento per 1600 posti di giovani ricercatori, previsto all'articolo 56, è forse il provvedimento più positivo dell'intera manovra economica. È un'inversione di tendenza e proprio per questo dovrebbe diventare più intensa. La mia proposta consiste nel vincolare lo stanziamento statale a un cofinanziamento di pari entità degli atenei e degli Enti di ricerca nell'ambito delle risorse già disponibili nei rispettivi bilanci. Si rimuoverebbe così l'incredibile ostruzionismo dei presidenti degli Enti che finora non hanno utilizzato i margini di assunzione entro la soglia di 80% delle entrate, pur autorizzata dal Parlamento lo scorso anno. Anche molti atenei sarebbero indotti ad assumere con i punti organico che non hanno ancora utilizzato, a volte per inaccettabili accordi accademici. Con il cofinanziamento si potrebbero quasi raddoppiare le assunzioni, fino a circa tremila posti per giovani ricercatori. Questa proposta approvata dalla Commissione è stata tradotta in apposito emendamento (1) a mia firma.

Il numero dei nuovi ricercatori può essere ulteriormente raddoppiato, fino a circa seimila, stornando a favore del piano assunzionale altri 75 milioni da prelevare dal fondo non ancora speso per i così detti "superdipartimenti". Esso rimarrebbe comunque attestato a circa 200 milioni che si aggiungono a 1,7 miliardi della quota di FFO destinata nel 2018 al merito, per complessivi quasi due miliardi, certo non poca cosa per la voce premiale. Senza tornare qui sulle critiche a questo approccio che ho espresso in altre sedi.
Inoltre, credo sia molto probabile un ulteriore stanziamento per migliaia di ricercatori, sulla base di impegni presi dalla ministra Madia con i sindacati, per incentivare le stabilizzazioni dei precari degli Enti in base alle norme già approvate lo scorso anno. Se anche questa voce fosse sostenuta dal cofinanziamento si potrebbe arrivare a un programma di assunzioni e di stabilizzazioni di circa diecimila posti. Sarebbe un grande risultato, si darebbe fiducia ai giovani e all'intero sistema della ricerca.


martedì 24 ottobre 2017

Il senso del pudore


Pubblico il mio intervento in discussione generale in Senato sulla legge elettorale.

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Signor Presidente,
il disegno di legge elettorale mi scaraventa in un paradosso. Da un lato condivido tutto e dall'altro non condivido niente. 
Siamo alla fine della legislatura e c'è in aula una proposta per superare il Consultellun, che è la soluzione peggiore non solo per le sue gravi anomalie ma per la definitiva delegittimazione del Parlamento. Se lo scenario fosse solo questo non potrei che votare a favore.
Ma non riesco a non domandarmi: come siamo arrivati fin qui? E soprattutto con quali forzature istituzionali? E quali inganni contengono queste norme?

La legislatura si chiude come si era aperta, con strappi inusitati allo stile repubblicano. La legge elettorale andava approvata subito dopo la sentenza della Corte sul Porcellum, concludendo nel 2014 la legislatura per restituire la parola agli elettori. Invece, in contrasto con il buon senso prima che con le buone regole, si affidò l'arduo compito di riscrivere la Costituzione a un Parlamento eletto con legge incostituzionale. È stato l'inizio di tutti gli errori successivi e ne portano la responsabilità in tanti, sia chi comanda adesso nei partiti sia chi allora ne era a capo.

Oggi non si può accettare il voto di fiducia sulla legge elettorale. Non si invochi il caso della legge truffa, perché allora il presidente del Senato respinse la richiesta del voto di fiducia e poi si dimise dalla carica. Era un vecchio liberale come se ne trovano pochi oggi in Italia. L'altro precedente è l'Italicum, che meritava solo l'oblio, almeno per un senso di pudore.

Sono caduti tutti i freni inibitori: anche la mozione parlamentare contro la Banca d'Italia conferma che perfino i propositi più sconvenienti possono essere messi ai voti. Ormai si può fare tutto, se è funzionale a uno scopo. Il ceto politico, in gran parte, non è più capace di darsi liberamente dei limiti, di fermarsi prima di apparire sguaiato, di evitare ciò che è inopportuno anche se non è vietato. Le pulsioni politiche perdono ogni riguardo, svestendosi delle forme istituzionali. Se manca il senso del pudore, si rischia di perdere anche il dovere della responsabilità. Il limite della politica è l'essenza di ogni Costituzione.


venerdì 22 settembre 2017

Dal troppo al niente della mediazione politica


Perché i leader vogliono il Parlamento dei nominati? Al di là delle motivazioni contingenti, è la conseguenza di fenomeni strutturali della politica postmoderna. Cerco di analizzarli in questo saggio, di cui offro qui una breve introduzione, combinando riflessioni teoriche ed esperienze parlamentari. E alla fine propongo anche alcune soluzioni per restituire dignità al Parlamento, a cominciare da una legge elettorale basata sui piccoli collegi. 
Il saggio è pubblicato sulla rivista online Costituzionalismo.it e scaturisce da un seminario sul tema della mediazione politica, che si è tenuto a giugno all'università La Sapienza.
Il saggio completo lo trovate in PDF a questo indirizzo.

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Quando ho letto il titolo del nostro seminario, "Mediazione politica e compromesso parlamentare", sono stato travolto dai ricordi giovanili. Allora facevamo una robusta opposizione, che non si limitava a Twitter, ma spostava interessi e costringeva gli avversari a prendere contromisure. "Noi" e "loro" sapevamo di dover rendere conto a gruppi sociali ben definiti. "Noi" e "loro" eravamo divisi dalle visioni del mondo, ma avevamo sempre l'esigenza di condurre il conflitto a un risultato concreto. Ricordo di aver stretto la mano ad avversari di controversa condotta morale, ma ero sicuro che avrebbero mantenuto l'impegno preso a qualsiasi costo. Oggi non esistono più quelle divisioni ideologiche, ma non sarei tranquillo nello stringere un accordo con un avversario, e neppure con alcuni del mio stesso partito.
Sono un anziano parlamentare e ho visto il declino della mediazione nello stile, nelle politiche e nelle relazioni istituzionali. Il conflitto allora era volto al riconoscimento reciproco, oggi è mirato all'annientamento dell'avversario. Quando e perché è accaduto il ribaltamento? Propongo di superare la periodizzazione tra prima e seconda Repubblica. L'età della mediazione finisce con l'unità nazionale degli anni settanta. In quel passaggio si intrecciano l'esaurimento dei partiti, l'inadeguatezza del modello economico del dopoguerra e l'incrinarsi della coesione sociale e civile. Il trentennio successivo è stato un dimenarsi in quelle stesse crisi, senza la capacità di risolverle. A causa di tali congiunzioni negative la parola mediazione si è guadagnata una dannatio memoriae. Dopo, ci sono state solo forti contrapposizioni: favorevoli e contrari al craxismo, poi al berlusconismo e infine al renzismo. 
Mino Martinazzoli riassumeva la transizione affermando: "dal troppo della politica al niente della politica". Parafrasando, possiamo dire: "dal troppo della mediazione al niente della mediazione".
Continua a leggere.

giovedì 27 luglio 2017

La rete e il castello, parte III - Porte chiuse all'ateneo


Qui di seguito il terzo e ultimo appuntamento della serie La Rete e il Castello, il mio saggio sullo stato attuale della ricerca e università in Italia. Potete recuperare anche la prima e la seconda puntata
Abbiamo approvato in Senato il decreto sulle regole di finanziamento dell'università con riferimento al criterio del costo standard. L'argomento presenta una certa complessità matematica che ho cercato di spiegare in un testo inevitabilmente difficile. Una sintesi semplificata si può leggere nel testo del mio intervento nell'aula del Senato a pagina 41 di questo documento PDF. Rispetto a quel testo, è stato successivamente eliminato con il voto di fiducia l'emendamento 12.27.


Negli ultimi mesi molti atenei hanno istituito il numero chiuso in diversi corsi di studio. Si chiudono le porte dell'università nonostante il basso numero di immatricolati. Si scoraggiano i giovani al proseguimento degli studi in un paese che ha la metà dei laureati rispetto alla media europea. È una politica contro l'interesse nazionale, ma nessuno l'ha dichiarata e nessuno si assume la responsabilità degli effetti. È solo la conseguenza di algoritmi apparentemente neutrali e incomprensibili ai cittadini. Se ne sono serviti i governi degli ultimi dieci anni per attuare la più pesante recessione nella storia del sistema universitario italiano, una sorta di triplice arretramento di circa -20, -20, -20 per cento di docenti, di fondi e di studenti. Nessun altro comparto della pubblica amministrazione ha subito un salasso di questa portata. E nessun altro paese europeo ha risposto alla crisi indebolendo le strutture dell'alta formazione e della ricerca.

Dal 2014 a oggi il numero chiuso è stato aiutato anche dall'applicazione dell'algoritmo del costo standard nella ripartizione dei finanziamenti. Esso infatti contiene palesi errori nel metodo di calcolo e determina effetti dannosi e iniqui nel sistema universitario. La Corte Costituzionale però ha annullato i decreti con i quali i governi passati si erano impossessati illegittimamente della competenza e ha restituito la parola al Parlamento. In questi giorni abbiamo potuto discutere le norme sul costo standard inserite dal governo nell'articolo 12 del decreto legge n. 91/2017 dedicato un tema diverso come il Mezzogiorno, senza la coerenza di argomento che sarebbe prescritta dalle regole costituzionali.

In base alla sentenza della Corte il governo ha inserito nel decreto una sorta di sanatoria sulla ripartizione dei fondi dal 2014 a oggi. Voleva altresì prolungare negli anni successivi l'applicazione del suo algoritmo, ma la ritrovata potestà legislativa del Parlamento ha consentito di correggere almeno gli errori più gravi del metodo matematico. Provo a renderli comprensibili, spero senza perdere il rigore dell'analisi. Spesso la complessità di questi algoritmi rimane oscura ai più e impedisce la limpida discussione sui contenuti delle politiche pubbliche.

giovedì 15 giugno 2017

Una manovra economica senza regole


Non ho votato la fiducia sul decreto economico quest'oggi in Senato, perché trovo che violi alcuni elementari principi istituzionali. Si può apprezzare o meno la nuova legge sui voucher, ma è inaccettabile l'inganno che ha sottratto alla Corte di Cassazione la valutazione delle nuove norme prima della cancellazione del referendum. Non era mai accaduto prima nella storia repubblicana.

È inaccettabile che il ministro Franceschini si faccia approvare una legge retroattiva per coprire l'errore giuridico che ha commesso riguardo ai direttori dei musei, anche se sono condivisibili le nomine internazionali. 
È inaccettabile lo stravolgimento delle regole urbanistiche per consentire ai costruttori degli stadi di ottenere le varianti riducendo i controlli dei Consigli comunali e dei cittadini, come se si volesse fare un favore alla sindaca Raggi. 
È inaccettabile che si riscrivano le regole fondamentali del trasporto pubblico locale senza dare la possibilità alla Commissione Trasporti del Senato di esprimere il parere. 
È inaccettabile che in un provvedimento di rigore della spesa pubblica appaiano contributi ad personam, ad esempio per il teatro Eliseo, senza neppure ricorrere a bandi pubblici. 
È inaccettabile che con il voto di fiducia si costringa il Senato ad approvare in una settimana un provvedimento calderone di circa trecento pagine, contenenti misure spesso estranee alla politica economica e prive dei requisiti di necessità e urgenza, in evidente contrasto con la Costituzione. 
È inaccettabile che tutto ciò sia imposto con la fiducia senza neppure consentire ai senatori del Pd una discussione all'interno del Gruppo. Eppure il Senato non è stato cancellato nel referendum del 4 dicembre.


domenica 11 giugno 2017

Prospettive del trasporto pubblico romano


Il mio articolo per il Corriere della Sera di oggi, 11 Giugno.

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Il referendum promosso dal partito radicale sul trasporto pubblico consente ai cittadini di decidere sul problema più importante di Roma. Il monopolio Atac è ormai insostenibile per le finanze comunali ed è causa di malessere quotidiano della città. Il ricorso alle gare europee è l'unico strumento che può abbassare i costi e quindi aumentare le percorrenze degli autobus e la qualità del servizio.

Come spesso accade nel nostro Paese, la discussione si è divisa tra favorevoli o contrari per motivi ideologici. È invece dirimente il modo: l'esito può essere molto positivo se le gare sviluppano l'interesse pubblico, così come molto negativo se si creasse un monopolio privato. È la differenza tra la liberalizzazione e la privatizzazione.

La liberalizzazione richiede la separazione tra le funzioni di regolazione - la rete, gli standard, le tariffe e gli impianti - e le funzioni di produzione - la guida dei mezzi e la manutenzione. Le prime costituiscono il valore sociale del servizio e devono rimanere sotto il controllo pubblico; le seconde invece sono attività industriali da migliorare mediante la concorrenza tra privati. Gli operatori che vincono i lotti delle gare, gradualmente uno per ogni deposito, devono fornire i servizi in base a costi, quantità e qualità definiti nei contratti, pena severe sanzioni da parte del Comune fino a eventuali rescissioni. I contratti garantiscono inoltre il posto di lavoro degli autisti e degli operai, ma non dei dirigenti; per ricostruire il principio di organizzazione oggi smarrito in Atac è necessario rinnovare il management.

lunedì 5 giugno 2017

Il rischio di un Parlamento devoto ai capi-partito


La nuova legge elettorale chiamata “tedesca” è in realtà molto italiana. Con le precedenti - Porcellum e Italicum - ha in comune il potere dei segretari di partito di nominare gran parte dei parlamentari sottraendoli alla scelta effettiva degli elettori. Cambiano le leggi e i proponenti, ma rimane costante la pretesa di un Parlamento devoto ai capi-partito di maggioranza e di opposizione. Si conferma la causa profonda della crisi politica italiana, ormai consegnata a leader incapaci di governare il Paese, ma determinati a conquistare la fedeltà personale dei parlamentari. Non a caso Grillo, Berlusconi, e Renzi, pur diversi su tutto, hanno in comune proprio la diffidenza verso la libertà di mandato prevista dall’articolo 67 della Costituzione. Gli uomini soli al comando vogliono un rapporto immediato con il popolo e non riescono ad ammettere una diversa fonte di legittimazione nel rapporto diretto tra eletti ed elettori.

La comune visione antiparlamentare emerge con chiarezza ora che si sono messi a scrivere insieme la legge elettorale. Sono arrivati perfino a stabilire che il capolista bloccato dovesse essere eletto al posto del candidato vincente nel collegio. Poi, di fronte alle proteste e al pericolo di incostituzionalità, hanno dovuto recedere, mettendo però una pezza peggiore del buco. Si dice che con il nuovo testo i vincitori nei collegi sono garantiti, ma guarda caso ciò si ottiene riducendo il numero dei collegi dove scelgono gli elettori e aumentando i seggi a disposizione delle liste decise dai capi-partito. Prima i nominati erano solo il 50% e ora diventano quasi i due terzi del Parlamento. Non capisco come si possa gioire di questo peggioramento.

Molti, anche nel PD, si rendono conto dell’errore ma dicono che non si può migliorare il testo perché siamo vincolati all’accordo con gli altri partiti. Certo, è un principio giusto, non si può ripetere lo scarabocchio dell’Italicum approvato con voto di fiducia. Non si può neppure negare, però, che Renzi ha ottenuto un pessimo risultato perché nella trattativa ha puntato tutto sul voto a settembre, lasciando i contenuti della legge alle preferenze degli altri partiti.

La nostra politica non può essere ridotta nuovamente ad un azzardo personale. Il PD ha elaborato da tempo le proposte di merito, e non può rinunciarvi solo per l’assillo di buttare giù un altro suo governo, ripetendo con Gentiloni quanto fatto con Letta. La cultura istituzionale del PD è sempre stata basata su un rapporto equilibrato tra rappresentanza e governabilità. In questa legislatura, incredibilmente, ha oscillato tra i due eccessi dell’ipermaggioritario con l’Italicum e ora del proporzionale puro.

lunedì 29 maggio 2017

La piazza del Mondo - considerazioni su via Alessandrina, i Fori e il Colosseo

Riporto un mio saggio pubblicato in origine sul sito dell'Associazione Bianchi Bandinelli.

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Uno sparo si ode nella notte dei Fori Imperiali. Si demolisce la via Alessandrina nel silenzio di ogni discorso pubblico. La città rabbuiata dal lungo non governo viene risvegliata dal rumore delle ruspe che demoliscono senza un progetto. Tutte le opere cittadine sono bloccate, i servizi non vengono curati, le decisioni grandi e piccole sembrano impossibili, ma improvvisamente la volontà del Campidoglio si erge contro una via della Roma cinquecentesca. Sulla distruzione si compone un'insolita concordia politica. Si è cominciato con un grave errore del sindaco Marino, non condiviso dal suo assessore all'Urbanistica. La giunta Raggi l'ha confermato, mettendo da parte la consueta diffidenza per i predecessori. Il Ministero dei Beni culturali e il Comune litigano su tutto tranne che sulla demolizione.

La presenza della città assente
Che cosa ha fatto di male la via Alessandrina per meritare tanta furia distruttiva? Eppure è una balconata sopra i Fori di Traiano e Augusto molto amata dai cittadini e dai turisti; è l'unico angolo visuale delle architetture di Apollodoro non turbato dalle retoriche del Muňoz; è l'unica passeggiata nei Fori che, lontana dal traffico, permette di ascoltare le parole del vicino, il rumore dei passi e il silenzio dell'eterno. All'inizio del secolo Corrado Ricci aveva previsto di demolire solo le case sul lato orientale per aprire la prospettiva sui monumenti antichi, mentre considerava di scarso interesse la parte occidentale contigua all'attuale via dei Fori. In parte gli scavi successivi gli hanno dato ragione e oggi la via Alessandrina offre una vista ravvicinata sulle quinte traianea e augustea.

A me la demolizione pare un errore, ma rispetto il parere favorevole di alcuni studiosi. Tutti insieme, però, i sostenitori e i critici dovrebbero opporsi alla cancellazione di un paesaggio storico senza una giustificazione culturale che può venire solo da un progetto di sistemazione dell'area. Ed è grave che il progetto manchi da tanto tempo. Si sono susseguite soporifere commissioni miste tra Ministero e Comune che, come ammettono le stesse relazioni conclusive, hanno indicato parziali aggiustamenti senza produrre un'intuizione moderna del centro antico.

Nella penuria di idee si manifesta l'ignavia della politica e si rischia il naufragio dell'archeologia. Il poderoso scavo realizzato negli ultimi venti anni ha prodotto uno straordinario avanzamento della conoscenza storica delle antichità, che però sembra accompagnarsi a un arretramento della moderna cultura urbana. Il risultato è desolante: l'area dello scavo è un immenso cratere incomprensibile ai non addetti ai lavori, le sistemazioni sono rabberciate nelle funzioni e povere negli stili, la separazione dal tessuto urbano è perfino accentuata rispetto all'assetto degli anni trenta. Che la situazione sia ritenuta accettabile e non susciti l'indignazione degli studiosi, che si presenti senza pudore all'opinione pubblica mondiale, che non richiami alla responsabilità i poteri pubblici, tutto ciò offre una misura del disorientamento della Capitale.


martedì 23 maggio 2017

Sulla svendita di un paesaggio del Palatino


La svendita di un paesaggio del Palatino, l'installazione di una struttura straniante e invasiva, la preclusione per tre mesi di una parte della vista nell'area archeologica: con il musical di Nerone la volgarità ha superato la responsabilità nel governo dei beni culturali.

Gli spettacoli nelle aree storiche si possono fare, purché ben concepiti. Questo ha già ottenuto gli sberleffi dalla stampa internazionale. Ne ricordiamo altri che hanno dato lustro alla città. La prima mondiale del Napoleon di Abel Gance appena restaurato - organizzata da Nicolini e dal ministro francese Lang - fu un successo internazionale, suscitò l'emozione popolare e impegnò l'area solo per un giorno. Anche il concerto di Paul McCartney ai Fori organizzato da Veltroni fu un evento mondiale. In entrambi casi le strutture erano collocate nelle piazze, senza invadere come in questo caso le basi monumentali.

La differenza è semplice: governare con un progetto oppure gestire dando retta al primo che passa. Tuttavia la penuria di progetti è una malattia curabile con buone procedure. Se si voleva uno spettacolo davanti al Colosseo si poteva ricorrere a un concorso internazionale per mettere in competizione i migliori artisti del mondo. E si sarebbe ottenuto anche un beneficio economico maggiore. Invece si è certificata la congruità di un canone di circa cinque mila euro al giorno, che non basterebbero neppure per un convegno in un hotel di periferia. È apprezzabile la disponibilità a un ripensamento da parte di Franceschini; ma perché solo per il prossimo anno? Se si riconosce l'errore è necessario correggerlo subito.


lunedì 8 maggio 2017

Pullman turistici e paesaggio urbano a Roma

Articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 7 Maggio.

I pullman e il paesaggio urbano, due realtà incompatibili. Si può risolvere il conflitto senza limitare e anzi migliorando l'accoglienza turistica della capitale? L’esperienza mi dice di sì, come si dimostrò durante il Giubileo del 2000 con un piano molto semplice: 1) limitazione del traffico dei pullman sul Gra con esclusione delle vie d'accesso ai parcheggi di scambio con trasporto su ferro (Ponte Mammolo, Anagnina, Aurelia, Saxa Rubra ecc.); 2) sanzioni severe con multa innalzata a un milione di lire e l'introduzione delle grandi ganasce (si ottenne dal Governo un apposito decreto di omologazione); 3) aumento dell'offerta di trasporto pubblico a un livello mai raggiunto di 130 milioni di Km-vettura (oggi è sceso sotto i 90 milioni, e la differenza spiega il disagio quotidiano; 4) sperimentazione della rete di trasporto J dedicata ai principali luoghi turistici, aggiuntiva a quella dell'Atac e gestita da privati senza oneri di servizio per il Comune.

Il piano funzionò al di là delle migliori aspettative. Fu merito del sindaco Francesco Rutelli che non solo lo volle ma ne garantì l'attuazione, resistendo alle smodate proteste dei tour operator e alle pressioni riservate del Vaticano. Sulla stampa internazionale gli avversari delle nuove regole inscenarono una rappresentazione apocalittica della Città Eterna barricata contro i visitatori, ma il coraggio dell'Amministrazione venne premiato dai risultati. La città liberata dai pullman costituì uno dei principali fattori di successo internazionale del Giubileo.

Francamente non ho mai capito perché quella sperimentazione di successo non divenne regola ordinaria per le successive amministrazioni. La sindaca Raggi aveva promesso di fare meglio, e ora propone un pacchetto di provvedimenti certamente utili, ma molto al di sotto delle necessità e delle possibilità. Eppure con le tecnologie di oggi si potrebbe fare perfino di più rispetto al 2000, migliorando e ampliando i quattro punti del piano originale.

martedì 25 aprile 2017

I fiori dei partigiani


In occasione del 25 Aprile, ecco il mio discorso pronunciato in piazza a Piacenza per la Festa della Liberazione organizzata dal Comune e dall'ANPI.


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Care cittadine e cittadini di Piacenza, cari patrioti dell'Anpi, signor sindaco, signor presidente della Provincia, rappresentanti delle autorità, porto il saluto del Senato della Repubblica alla città di Piacenza, medaglia d'oro della Resistenza.


Sono onorato per l'invito a parlare in questa piazza che oggi si presenta ancora più bella per festeggiare la Liberazione dell'Italia dal nazifascismo. Vorrei trovare le parole della vostra comunità, ma avverto l'inadeguatezza del forestiero, che pure - lo sento - viene lenita dalla proverbiale accoglienza emiliana.

Vengo dalla Capitale e ho ancora negli occhi il paesaggio della nostra Italia, la campagna romana, poi i borghi toscani e i pendii appenninici, fino all'orizzonte senza fine della pianura padana. È lo stesso cammino degli alleati e dei partigiani che combattevano risalendo la penisola. L'alba del giorno continuava a sorgere da Levante a Ponente, ma l'alba della libertà seguiva la direzione dal Sud al Nord, in un movimento ideale che prometteva una nuova unità della nazione, un secondo Risorgimento. Solo quando è insorta la gente del Settentrione, nelle fabbriche, sulle Alpi e sugli Appennini e nelle città l'alba è passata al giorno e la libertà ha illuminato le piazze come un meriggio d'estate. E i dolori e le gioie hanno danzato insieme la musica della dignità dopo le marce della menzogna del ventennio fascista.

I racconti della Resistenza piacentina li avrete sentiti tante volte e rischiate che vi faccia velo l'assuefazione celebrativa. Ma proprio perché da forestiero li ho ascoltati per la prima volta vi dico che sono storie mirabili: l'avvocato dei poveri Francesco Daveri, il comandante Fausto che guidò i Carabinieri patrioti, la marchesa Visconti di Modrone che lo nascose nel suo castello a pochi metri dal comandante nazista, l'artigiano Paolo Belizzi che organizzò il CLN nella sua falegnameria, Alberto Araldi detto Paolo, il più audace combattente che sfidò perfino il plotone di esecuzione, i 200 alpini che a Bobbio si unirono ai partigiani, il dottor Laudi che fu deportato per aver curato i malati, Lino Vescovi detto il Valoroso, protagonista dell'ultima battaglia di Monticello del 16 aprile che in punto di morte disse "non maltrattate i prigionieri e perdonate gli italiani che non la pensano come noi". 
E quanti altri degli oltre 8.000 partigiani piacentini sono stati esemplari, quante famiglie li hanno aiutati, un popolo intero, muto e deciso, cui rubavano gli alimenti e bruciavano le case!

sabato 8 aprile 2017

La cultura degli italiani nel mondo nuovo


Di seguito il mio contributo alla Conferenza programmatica di Orlando dell'8 Aprile, a Napoli.

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Il futuro del Paese si alimenta con la cultura degli italiani. Solo una grande politica culturale può animare una nuova ambizione nazionale nel secolo che viene e nel contempo può scacciare le angustie, gli affanni, le rassegnazioni del tempo presente.

Perché l'Italia non si trova a suo agio nel nuovo mondo? Perché la nostra tradizione cosmopolita non riesce a cogliere l'occasione della globalizzazione? Eppure in altri momenti abbiamo saputo trarre fortuna dai cambiamenti d'epoca. Nel dopoguerra un paese distrutto, affamato e in gran parte analfabeta fece il miracolo passando dalla società agricola a quella industriale. Seppe rielaborare nei nuovi distretti produttivi le tradizioni culturali sedimentate nel gusto artigianale e nella coesione sociale dei territori, raggiunse i vertici mondiali della tecnologia con il computer Olivetti, la plastica di Natta, la prima impresa spaziale europea con il S. Marco, l'innovazione industriale delle aziende pubbliche; fu raccontato da una letteratura e un cinema di prim'ordine; venne educato da una vivace relazione tra intellettuali e popolo; cominciò a recuperare il ritardo secolare dell'alfabetizzazione con la riforma della scuola media unificata. Il miracolo non ci sarebbe stato senza quella formidabile crescita culturale. Nessuna di quelle ricette è oggi riproponibile, non esistono più quelle tecnologie, quelle aziende, quegli intellettuali e neppure quei partiti. Da questa storia possiamo trarre una sola lezione per oggi.

Nei passaggi d'epoca la fortuna arride ai popoli che rielaborano il proprio patrimonio culturale nei tempi nuovi. Qui sorge la domanda tanto aspra quanto necessaria. Perché un paese che dal dopoguerra a oggi è diventato certo più ricco e progredito non riesce a compiere la seconda transizione dalla società industriale a quella della conoscenza?
Nella Seconda Repubblica a tale domanda sono state risposte parziali e fuorvianti. E ne sono scaturite sempre politiche inefficaci: manovre economiche contingenti, ingegnerie istituzionali, uomini soli al comando. Nessun partito ha mai puntato davvero sulla cultura per uscire dalla lunga crisi economica e civile. L'ingegno è la carta non ancora giocata dall'Italia nel nuovo mondo.

La politica culturale del nuovo secolo deve accrescere le competenze dell'intera popolazione. È stato superato l'analfabetismo del dopoguerra ma nel frattempo si è alzata l'asticella della conoscenza determinando una nuova inadeguatezza. Circa il 70% della popolazione non possiede gli strumenti cognitivi per vivere e lavorare con piena consapevolezza nel mondo d'oggi. E il principale problema italiano, eppure viene occultato o rimosso nel dibattito pubblico e soprattutto nelle agende di governo.


lunedì 3 aprile 2017

Maggioritario o proporzionale? Decidono gli elettori


Ho presentato un disegno di legge per un nuovo sistema elettorale. Non voglio solo dare un mio contributo al dibattito, ma anche sollecitare un superamento del ritardo della discussione parlamentare.
La soluzione proposta è semplice e comprensibile per i cittadini. Quest'ultimo dovrebbe costituire un requisito essenziale di ogni legge elettorale, anche se purtroppo è sempre stato ignorato nella Seconda Repubblica.

La base del sistema è costituita dai collegi uninominali del Mattarellum. La regola di elezione è stabilita dal risultato elettorale in ciascun collegio. Il candidato che supera il 40% viene eletto con sistema maggioritario. I candidati che non superano quella soglia sono eletti con il sistema proporzionale, secondo il criterio del miglior risultato raggiunto nella lista di appartenenza, come stabilito dalle vecchie leggi elettorali delle Province e del Senato.

Il merito principale della proposta consiste nell'assegnare alla volontà dei cittadini non solo la scelta dei candidati ma anche la logica di funzionamento del sistema elettorale. Se gli elettori di un collegio manifestano una forte propensione verso un partito l'assegnazione maggioritaria non pregiudica la rappresentanza. Se invece gli elettori manifestano diverse opzioni politiche è più rispettosa una ripartizione proporzionale.
Dal primato dell'elettore discendono solo vantaggi per l'efficacia del sistema elettorale. E si superano tanti dilemmi e controversie che animano da anni il dibattito politico in argomento.


venerdì 31 marzo 2017

Ai circoli per votare Orlando


Nel dibattito nel PD non mancano mai i paradossi. Ora si dice che si svolge un "congresso". Però la parola non compare nello Statuto del partito. E non è stata una dimenticanza, i fondatori del Lingotto volevano evitare a tutti i costi un'esplicita discussione sull'indirizzo politico, facendo affidamento solo sulla conta tra i candidati premier. Gli effetti negativi sono sotto gli occhi di tutti, se solo si volesse vederli. Nei primi dieci anni di vita il PD si è occupato solo di scegliere un leader, nell'ipotesi che poi egli sarebbe stato capace di risolvere tutti gli altri problemi sostanziali: la cultura politica, il programma di governo, la forma organizzativa e la selezione dei dirigenti. Proprio la mancata soluzione di questi problemi ha indebolito i leader fino alla sconfitta. Per tre volte abbiamo alzato al cielo un capo e poi l'abbiamo raccolto nella polvere.

Incuranti degli insuccessi ripetiamo sempre lo stesso copione, stavolta però con un'aggravante. Nelle precedenti conte abbiamo sempre avuto una stella calante e un'altra nascente. Veltroni fu scelto perché si erano logorati i segretari DS e Margherita. Bersani fu eletto perché i fuochi di artificio veltroniani non avevano funzionato. Renzi fu acclamato dopo che Bersani aveva tirato in tribuna un rigore a porta vuota alle elezioni del 2013. Oggi invece la stella calante ripropone stancamente se stessa. Per la prima volta dopo dieci anni la procedura della conta si è inceppata e non offre più neppure l'illusione della novità.

Era il momento di mettere in discussione questa liturgia di acclamazione che ci ostiniamo a chiamare "congresso". Se non ora quando si doveva cambiare lo Statuto? Invece, il segretario in carica ha impedito di modificare le regole, nell'affannosa ricerca di una reinvestitura, anche da perdente.


martedì 28 marzo 2017

Inaccettabile un diritto minore per i migranti


Ho deciso, insieme al collega senatore del PD Luigi Manconi, di non votare la fiducia sul decreto legge Minniti in materia di protezione internazionale e contrasto all'immigrazione illegale.

Molte le ragioni di questa scelta ma una ha un peso particolare. Il decreto in questione, infatti, configura per gli stranieri una "giustizia minore", se non una sorta di "diritto etnico", connotati da significative deroghe alle garanzie processuali comuni, non giustificabili in alcun modo con le esigenze di semplificazione delle procedure di riconoscimento della protezione internazionale.

Da un lato, infatti, per queste controversie si abolisce l’appello, ammesso persino per le liti condominiali o per le opposizioni a sanzioni amministrative. Per altro verso, nell’unico grado di merito ammesso, il contraddittorio è talmente affievolito da escludere, salvo casi eccezionali, la partecipazione dell’interessato al giudizio. Giudizio che verrà celebrato, così, in camera di consiglio in sua assenza.
Ne consegue che un principio determinante per il nostro sistema di garanzie, tuttora vigente nell'intero ordinamento, viene negato ai soggetti più vulnerabili e a proposito di un diritto fondamentale della persona.



Anche sul secondo decreto, relativo alla sicurezza urbana, con il collega Luigi Manconi abbiamo confermato la decisione di non votare la fiducia; qui le motivazioni.



P.S.

Alcune persone hanno sottolineato una presunta contraddizione tra questa dichiarazione di non voto e il sostegno alla mozione congressuale di Orlando. Ho spiegato meglio la questione in questo post sulla mia pagina Facebook.

Le città della metropoli di Roma - Conferenza


Ecco il video del mio intervento alla conferenza sulla politica urbanistica di Roma, che si è tenuta Venerdì 24 Marzo in occasione dell'uscita del libro di Marco Pietrolucci presso la facoltà di Architettura dell'Università di Roma Tre.
Qui il video completo con tutti gli interventi.




martedì 21 marzo 2017

Il taxi e la carrozza a cavalli

Note per una riforma dei servizi di mobilità urbana


Il Taxi è un servizio obsoleto. È destinato ad essere travolto da una rivoluzione degli stili di vita e dell'organizzazione della mobilità. La motorizzazione di massa del Novecento si è basata sull'uso proprietario dell'automobile; è stato il paradigma che ha plasmato le menti delle persone, il paesaggio e lo spazio pubblico, le produzioni industriali. Il nuovo secolo si annuncia più intelligente del precedente, almeno nell'utilizzazione non proprietaria dell'automobile come servizio di mobilità. La nuova mentalità è già maturata nei giovani che guardano ormai con ironia all'ossessione dei genitori per lo status symbol delle quattro ruote.

Quando sarà compiuto il processo, l’attuale modalità di servizio verrà ricordata con la nostalgia di un tempo passato. Il taxi viene storicamente dopo la carrozza a cavalli, ma esso stesso sembrerà come la carrozza a cavalli quando sarà sostituito dai servizi innovativi.
L’esperienza di servizio pubblico maturata dai tassisti - in gran parte di buona qualità, nonostante i casi isolati raccontati dalle cronache - è una risorsa preziosa per progettare il futuro della mobilità urbana. Occorre quindi governare la riconversione produttiva del servizio, con la necessaria gradualità e la tutela degli operatori, ma anche con la lungimiranza indispensabile per cogliere le opportunità dei nuovi stili di vita e della diffusione delle nuove tecnologie.

Mio malgrado, sono stato tra i primi amministratori ad affrontare il problema ormai vent'anni fa. Non c'erano le tecnologie di oggi, e non potevo influire sulla legislazione, quindi optai per una semplice innovazione amministrativa volta a rendere possibili gli sconti sulle tariffe e a liberalizzare i turni. Tentai di aumentare le automobili in circolazione offrendo la possibilità di usarle per un tempo maggiore a beneficio degli stessi titolari di licenza. Risposero con un'interminabile protesta a piazza Venezia. Negli anni successivi sono state rilasciate nuove licenze sottraendo quindi una fetta di mercato ai vecchi titolari.

Oggi, quando salgo su un taxi, capita spesso di sentirmi dire che hanno sbagliato a rifiutare la mia proposta, molti hanno capito solo dopo venti anni che era più vantaggiosa per loro. Ricordo la vicenda solo per dare un paio consigli ai riformatori di oggi. La categoria dei tassisti a volte prende posizione contro i propri interessi. I singoli comprendono bene i vantaggi, ma le rappresentanze sindacali e soprattutto le centrali radio, si oppongono a prescindere perché tutelano prima di tutto il proprio potere sui lavoratori dei taxi, basato sulla difesa del vecchio monopolio. Inoltre la risposta della categoria è tipicamente molto piatta, esprimendo la stessa intensità di protesta sia per le piccole modifiche sia per le grandi innovazioni. Tanto vale tentare una grande riforma, invece di attardarsi su piccoli cambiamenti che comunque provocherebbero il medesimo contenzioso.


venerdì 10 marzo 2017

La Grande Soprintendenza di Roma

Note per un nuovo progetto di governo dei beni culturali della Capitale

Di seguito la mia relazione per la conferenza organizzata in Senato il 10 Marzo dall'Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli. Qui il video dell'evento.

Potete scaricare una bozza del disegno di legge di cui parlo nel mio intervento a questo link. Critiche, suggerimenti e osservazioni sono i benvenuti prima che io depositi l'atto in Senato: potete farlo tramite commento a questo post, scrivendo al mio indirizzo email o partecipando all'incontro che si terrà il 20 Novembre a Roma presso la Fondazione Basso (Via della Dogana Vecchia 5, Sala Conferenze).

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C'era una volta la Soprintendenza archeologica di Roma. Era una delle migliori istituzioni culturali dello Stato italiano. Ora, con l'ultimo decreto del ministro Franceschini, è stata frantumata in diversi pezzi, perdendo tutte le connessioni con il sistema urbano. La vicenda merita un approfondimento non solo per l'impatto sulla politica per Roma, ma come caso emblematico della più generale delegittimazione degli organi di tutela operata da molto tempo a livello nazionale nei diversi settori, l'archeologia, i monumenti, il paesaggio, gli archivi, le biblioteche e il patrimonio artistico.

Bisogna riaprire la discussione culturale e parlamentare. È mia intenzione proporre un disegno di legge che inverta la tendenza dominante e apra una nuova prospettiva di governo dei beni culturali romani e nazionali. Queste note servono a promuovere una raccolta di idee e di soluzioni da mettere a frutto nella scrittura del testo legislativo.

Per farsi un'idea della destrutturazione in atto basta immaginare la passeggiata dal Campidoglio fino all'Appia antica, recentemente raccontata da Paolo Rumiz. Si comincia con i Fori e il Colosseo, oggi sotto la responsabilità di una nuova soprintendenza denominata Parco archeologico. La sua competenza però si ferma a Porta Capena, dove subentra un'altra Soprintendenza di Roma appellata come speciale, la quale però gestisce solo un piccolo tratto fino a Porta San Sebastiano. Dalle Mura infatti il cammino ricade sotto la gestione del Parco archeologico dell'Appia, il quale a sua volta opera nello stesso territorio di competenza di una preesistente istituzione di emanazione regionale che si chiama Parco dell'Appia. Infine, su varie parti insiste da sempre anche la Soprintendenza capitolina che gestisce beni di grande rilievo, dai Fori imperiali al Circo di Massenzio.

Sono ben cinque le istituzioni - tre statali, una regionale e una comunale - preposte al governo della più prestigiosa area archeologica. È un risultato paradossale se si ricorda che tutto è cominciato con l'annuncio di una riorganizzazione basata sul principio "olistico". Inoltre, è rimasto inattuato l’accordo stipulato ormai due anni fa tra il Ministero e il Campidoglio per la costituzione del consorzio che dovrebbe coordinare la gestione dei beni comunali e statali.

Il Ministero si preclude la possibilità di gestire con una sola struttura tecnica la straordinaria complessità di questo sistema archeologico. Si perdono non solo le connessioni territoriali, ma vengono complicate anche quelle funzionali. I Fori e l'Appia sono strutture vive che arricchiscono continuamente la conoscenza storica e la fruizione pubblica. Gli scavi portano alla luce reperti che impreziosiscono i musei, e nel contempo la Regina Viarum è arricchita dalle acquisizioni pubbliche di beni privati, come si è visto in passato, innanzitutto per merito di Rita Paris, con la Villa dei Quintili, Capo di Bove, S. Maria Nova e altri. Queste relazioni funzionali erano gestite all'interno dell'unica Soprintendenza, ma sono irrigidite nel nuovo assetto poiché le nuove acquisizioni non sono più di competenza del parco dell'Appia e soprattutto i Fori perdono il rapporto diretto con i musei. Infatti, luoghi espositivi diversi e complessi come Altemps, Crypta Balbi, Palazzo Massimo e Terme di Diocleziano vengono sottratti alla gestione della Soprintendenza per essere allocati nella nuova istituzione del Museo Nazionale Romano, senza un'organizzazione adeguata e senza uno statuto giuridico compiuto. Sicuramente si determineranno a breve problemi operativi che richiederanno ulteriori interventi legislativi e amministrativi. C'è una libido separandi che aumenta la burocrazia e ostacola la visione progettuale.

Siamo tutti d'accordo sull'esigenza di una maggiore specializzazione nella gestione dei musei, ma si può ottenere in due modi. Se avviene all'interno della Soprintendenza il processo è guidato dalle competenze tecniche e scientifiche. Se invece il processo viene esternalizzato la guida passa al potere politico, secondo l'antico divide et impera, che è esattamente l'obiettivo inconfessato. L'interfaccia ministeriale che ieri riguardava solo la Soprintendenza oggi è almeno duplicata perché riguarda anche i poli museali, di nuovo con buona pace del principio olistico. L'operazione è presentata con la solita retorica dell'efficienza, ma è oggettivamente un sovraccarico burocratico-politico del sistema. Tuttavia la separazione dei musei è un'ottima scelta, anzi è una decisione intelligente in tutti i paesi, tranne che in Italia, caso unico al mondo di collezioni storiche profondamente integrate nelle reti urbane e nel paesaggio.


domenica 19 febbraio 2017

La forza della fragilità


Questo è il mio intervento all'Assemblea Nazionale del PD del 19 febbraio 2017. Riporto di seguito il testo, mentre qui potete guardare il video.


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Non riesco a credere che ci separiamo. Non mi sembra vero. Non può essere ineluttabile. Quale demone si è impadronito delle nostre volontà?
Da una parte e dall'altra si odono dichiarazioni roboanti, si chiamano le truppe a schierarsi, ma è una battaglia tra due debolezze.

C'è la debolezza della minoranza che abbandona il campo proprio quando potrebbe vincere la partita. Se in questi anni, oltre la critica avesse coltivato una proposta alternativa e una leadership popolare, oggi andrebbe alle primarie sicura di vincerle.
C'è poi la debolezza del Segretario che ripete stancamente il suo copione. Chi può spieghi a Renzi che, se vuole essere forte, deve vincere se stesso. Deve reinventarsi come leader, deve stupire l'opinione pubblica con uno stile nuovo e ampliare i consensi correggendo gli errori. Quelli indicati chiaramente dagli elettori.
Le due debolezze, così diverse in tutto, sono unite nell'esito disastroso. Non si vincono le prossime elezioni ripetendo il ritornello già sconfitto al referendum e ancora prima alle amministrative e alle regionali. Che altro deve succedere per cambiare musica?
D'altro canto la scissione metterebbe in sicurezza la sconfitta impedendo la conquista della maggioranza relativa. 

Le due debolezze mettono a nudo la fragilità del PD. Ci accorgiamo adesso che può andare in frantumi, se non abbiamo un sovrappiù di cura e di responsabilità. Anche nella vita delle persone accade che si rompa qualcosa quando la fragilità viene negata o rimossa. Quando invece viene riconosciuta, la fragilità diventa una forza, una sensibilità nuova e uno sguardo più autentico sulle cose: la bellezza di un cristallo di mille colori, di un petalo che non vuole cadere.


martedì 14 febbraio 2017

Alternativi a noi stessi - un congresso in tre atti per il PD


Ieri si è tenuta la Direzione del PD. Non sono rimasto convinto delle decisioni assunte e ho votato contro la risoluzione finale. Di seguito illustro le critiche e le proposte.

A Roma alcuni cominciano a rimpiangere Marino. Certo non gli mancavano i difetti, ma era meglio del disastro attuale. Eppure il PD buttò giù il sindaco scelto dagli elettori ricorrendo alla miseria politica del notaio, per correre verso la disfatta elettorale. Non ripetiamo l'errore con il governo nazionale; le conseguenze sarebbero terribili per l'Italia e per l'Europa. Se dopo Letta e Marino dovesse cadere anche Gentiloni ci verrebbe la nomea di "sfascia-governi", dopo aver predicato la stabilità come supremo principio costituzionale. Sorgerebbe il dubbio che Renzi voglia la stabilità del governo solo se ne è a capo.

A mio avviso questa legislatura doveva finire quando la Corte sentenziò che il Parlamento era stato eletto con una legge incostituzionale. Si decise allora di andare avanti promettendo faville. Abbiamo voluto la bicicletta, adesso dobbiamo pedalare fino al traguardo del 2018 e cercare di vincere la gara. Non dovrebbero esserci ambiguità sulla scadenza naturale della legislatura. Ancora peggio sarebbe arrivarci per inerzia senza utilizzare il governo come leva per riconquistare il consenso perduto. Questa Direzione doveva servire a elaborare un Programma per la Vittoria. Dovremmo aiutare Gentiloni a realizzare tre-quattro obiettivi efficaci, convincenti, evocativi, esaltando le cose buone già realizzate, correggendo i palesi errori e suscitando negli elettori la fiducia per continuare nella prossima legislatura.


giovedì 12 gennaio 2017

A proposito del fast food in centro


Durante le ultime feste natalizie, ho firmato un appello contro l’apertura di un ristorante McDonald’s nel quartiere Borgo Pio di Roma. L’ho fatto cogliendo la parte a mio giudizio più significativa dell’appello, tuttavia riconosco anche le ragioni di chi lo ha criticato sostenendo che il degrado attuale non dipende dal nuovo fast food, ma dall'incuria dei servizi e dall'abusivismo sempre più arrogante e impunito.

La questione mi ricorda le battaglie che ci furono trent’anni fa in occasione del primo insediamento romano di McDonald’s a Piazza di Spagna. Vedemmo addirittura manifestazioni di strada e grandi dibattiti in Consiglio Comunale come in Parlamento. Anche a me capitò di esprimere perplessità analoghe alle argomentazioni che si usano oggi per criticare l’appello (si veda quanto scrivevo in Roma, che ne facciamo, Editori riuniti, p. 172). E a posteriori possiamo forse pensare che proprio quel primo ristorante convinse i manager a cercare un rapporto di integrazione con gli stili di vita locali. Il carattere romano nonostante tutto è in grado di influire, se ben sostenuto, sui processi che pure lo investono.

La catena americana è stata spesso considerata, più o meno ingiustamente, un simbolo della decadenza dei centri storici. Per riportare la discussione alla realtà dobbiamo definire il metro di giudizio che adottiamo. Nelle circostanze attuali, perfino il brand della M gialla potrebbe essere considerato ragionevolmente come un miglioramento. Se invece l’identità storica del borgo e di altri rioni fosse non solo curata, ma rielaborata in stile contemporaneo - ben oltre la retorica romanesca - e alimentata mediante servizi efficaci e culture creative, l’ennesima ristorazione seriale apparirebbe automaticamente, senza bisogno di appelli, come un passo indietro.